Diversi Quando le pompe funebri fanno dello spirito

Alvise Armellini und Bastian Benrath, dpa

9.4.2018

Alcune serie come «Six Feet Under» l'hanno dimostrato: la morte e l'humour nero sono perfettamente compatibili. Cosa c'è di più paradossale per un’agenzia funebre che promuovere i suoi servizi con delle frasi ironicamente macabre? Un imprenditore di pompe funebri italiano dà l'esempio.

diffusione di pubblicità intrise di umorismo, senza limiti. «Se hai bevuto fai guida qualcun altro. O saremo noi a darti un passaggio», scrive l’agenzia romana sui suoi manifesti.

Divertente? Questa pubblicità è davvero adatta per un’impresa di pompe funebri? I pareri sono discordanti.

L’agenzia di pompe funebri romana, distinguendosi per annunci pubblicitari particolarmente insoliti, è conosciuta in tutto il paese. Essa utilizza soprattutto Facebook. Taffo conta circa 65'000 fan sui social network. Alla morte del fondatore di Ikea Ingvar Kamprad, aveva pubblicato le istruzioni per il montaggio di una bara. In riferimento ai nomi caratteristici del gigante svedese dell’arredamento, il prodotto da assemblare era intitolato «TÄFFO».

Il successo della strategia marketing di Taffo si riflette ugualmente nelle cifre dell’impresa. Nel corso degli ultimi 10 anni, l’imprenditore afferma di aver registrato un fatturato annuale che si piazza tra i 4 e i 5 milioni di euro, quadruplicando dunque gli utili.

Le lamentele dei famigliari

L'azienda è diventata la numero uno anche nella capitale italiana, un mercato altamente competitivo che conta più di 500 aziende funebri locali. A livello nazionale, la Taffo si piazza fra la quinta e la sesta posizione, come ha dichiarato Alessandro Taffo, che rappresenta la quarta generazione dell'azienda di famiglia.

Ma com'è la situazione altrove? Come riporta l'agenzia di stampa dpa, in Germania per esempio, ricorrere all'umorismo per promuovere servizi funebri è al momento del tutto fuori questione. Anche Oliver Wirthmann, gestore del «Kuratorium Deutsche Bestattungskultur», è di tale avviso. «L'impresario di pompe funebri occupa una posizione particolare nella relazione fra i defunti e i loro cari. Egli deve svolgere tale ruolo», dichiara. Dal suo punto di vista, gli sarebbe impossibile denigrare i sentimenti dei famigliari dei defunti. Se egli sconsiglia di ricorrere all'umorismo in questo settore, è perché non tutti reagiscono nello stesso modo ad una data formula o immagine.

In Germania, ogni volta che un'azienda funebre cerca di puntare sull'umorismo, la Federazione degli impresari di pompe funebri viene inondata di lamentele. Sebbene molti continuino a tentare, anche se di solito si tratta di «tentativi realtivamente inadeguanti di attirare l'attenzione», di trasformare la morte in scherno, soprattutto «perché la morte non abbia l'ultima parola», tali scherzi non si adattano alla pubblicità.

Le pubblicità umoristiche sembrano funzionare in Italia

Divertente oppure no? La federazione tedesca aveva reagito con un avvertimento. Perfino il Consiglio tedesco per la pubblicità si era indignato a tal punto che l'annuncio dovette essere tolto. In Svizzera, gli impresari di pompe funebri non hanno neppure il diritto di sponsorizzare la serie SRF «Der Bestatter». «Non sappiamo cosa potrebbe scatenare», aveva dichiarato Werner Wilhelm, presidente dell'Associazione svizzera dei servizi funebri, sul «Tages-Anzeiger» nel 2013. «La pubblicità di un impresario di pompe funebri è utile solo se diffusa a livello regionale.»

Ma torniamo all'azienda romana: quando lo scorso luglio si era verificata in Italia una serie di incendi boschivi, di cui diversi di origine dolosa, la Taffo aveva postato un chiaro messaggio su Facebook: «Se ti piacciono gli incendi, vieni da noi, ti inceneriremo.»

Michele B., uno dei fan Facebook di Taffo, aveva avuto proprio la reazione auspicata dal dipartimento marketing dell'azienda: «Ormai avete tutto il mio rispetto», aveva commentato, «e in un futuro, che spero essere il più lontano possibile, avrete anche le mie spoglie.» E l'azienda aveva risposto: «Non abbiamo fretta di vederti, Mike!» La pubblicità sembra quindi funzionare quanto meno presso le giovani generazioni.

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