L'ultrarunner si perse nei ghiacci canadesi «I miei piedi erano blocchi di ghiaccio, non potevo andare da nessuna parte»

bfi

7.12.2018

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È uscito il libro dell'ultrarunner italiano che a febbraio si era perso tra i ghiacci canadesi, vagando per ore scalzo e senza guanti. Massiccione è vivo, ed è ancora pieno di voglia di vivere, nonostante le protesi.

Lui si chiama Roberto Zanda detto Massiccione, ed è un ultrarunner italiano che a febbraio di quest’anno ha corso la Yukon Artic Ultramarathon.

Una delle gare più estreme al mondo, se non la più estrema, in quanto i partecipanti devono coprire 480 chilometri tra i ghiacci canadesi, in completa autonomia, senza punti di ristoro, a temperature che posso raggiungere i -50°. Tutto l’occorrente è stivato in una slitta che l’atleta deve trascinare: 15 kg di fardello che ti permettono di sopravvivere.

La media dei ritiri si attesta sul 65%, e non c’è da stupirsene.

Ma torniamo al runner italiano, che Zanda, che dopo la seconda notte era lì, in seconda posizione. Un cagliaritano, tutta grinta e preparazione, che purtroppo, nel buio dei ghiacci, non ha visto un paletto segnaletico. Da lì è iniziata la discesa verso l’inferno.

Nel suo libro, appena uscito nelle librerie italiane, Zanda scrive che «il bianco è il colore della morte, della solitudine. È il colore che zittisce tutto, ammanta di stupore e di terrore».

Poi, scarponi e guanti rimangono congelati nella neve e lui, per liberarsi, si toglie entrambi, ma non riuscirà più ad indossarli e vagherà per circa 14 ore nella neve e tra i ghiacci del Canada, solo.

«I miei piedi sono blocchi di ghiaccio, sono duri come il marmo, non posso andare da nessuna parte con questi piedi… - scrive Massiccione nel suo libro - non sento i piedi, cerco di coprirli col giubbotto, porto le ginocchia al petto, mi piego con la testa fra le gambe, con i polsi cerco di allungare i lembi del giaccone in basso sotto i piedi. È finita, lo sai!».

Poi, il risveglio miracoloso, l’enorme forza di volontà, l’atavico bisogno di sopravvivenza e Zanda inizia a camminare, scalzo fino a quando, verso il tramonto incontra l’angelo custode: un collaboratore della gara che porta il cagliaritano in salvo.

Seguono poi i mesi in un letto di ospedale, l’amputazione dei piedi, della mano destra e di buona parte della sinistra.

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Quando qualcuno gli chiede il perché di tutto questo, Massiccione non esita.

“Non c’è un perché. Lo fai perché sei affamato di vita, perché hai scoperto che l’uomo può fare molto di più che andare in ufficio, fare la spesa, organizzarsi i weekend e le vacanze fino alla fine dei suoi giorni. Per qualcuno la vita è oltre, è fare altro, per qualcuno correre fino allo sfinimento vuol dire cercare se stesso”.

Così, a 50 anni, dopo aver corso la Marathon des Sables - 240 chilometri nelle dune del Sahara marocchino -, una corsa non stop di 600 chilometri in Egitto, la Wadi Rum con arrivo nella splendida e leggendaria città di Petra in Giordania, i 522 km nell’outback australiano, e esperimentato i 52 gradi al sole nel deserto salato di Dasht-e-Lut, nell’Iran sudorientale, Massiccio non ha intenzione di fermarsi, nemmeno con due tre protesi.

“Ho visto le lacrime più amare di chi ha ceduto alle proprie debolezze, sconfitti nella mente prima che nel corpo. Ho visto i volti disfatti dalla fatica e increduli per la gioia di aver trionfato su se stessi.”

Buona corsa Roberto, non fermarti!

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