Intervista Marco Solari: «Siamo tra i dieci migliori festival al mondo»

Carlotta Henggeler / Paolo Beretta

3.8.2020

Marco Solari, presidente del Locarno Film Festival
Marco Solari, presidente del Locarno Film Festival
zVg

Marco Solari, presidente del Locarno Film Festival, si esprime sull'edizione speciale di quest'anno, sulle sue speranze, sui film a cui tiene di più e ci confessa con quale artista gli piacerebbe chiacchierare in Piazza Grande.  Ma ci spiega anche come si sente dopo aver vinto il COVID-19, malattia che lo ha portato fino in cure intense.

Come può un festival cinematografico rimanere attraente nonostante le misure di distanziamento sociale e d'igiene in vigore a causa della pandemia di coronavirus? Cosa auspica il presidente Marco Solari per l'edizione 2020? E come sta il manager ticinese dopo essere sopravvissuto al Covid-19? «Bluewin» lo ha incontrato per scoprirlo. 

Il Locarno Film Festival inizia mercoledì 5 agosto e finisce domenica 15. Signor Solari, cosa dobbiamo aspettarci da questa edizione?

È un'edizione molto particolare, ibrida, non è solo digitale, ma anche analogica, «fisica», come preferisco definirla io. Ci mancheranno le anime del Festival: la Piazza Grande e il FEVI, ma ci saranno comunque tre sale. Sapevamo che dovevamo raggiungere due obiettivi. Il primo era quello di non perdere la considerazione della stampa estera  e degli specialisti internazionali. Diciamolo chiaramente: Locarno è tra i 10 migliori e più noti festival al mondo e sicuramente tra i cinque o sei maggiori in Europa. Imperativo, quindi, è non perdere l'attenzione dei media, perché altrimenti, tra 6'000 festival nel mondo, diventi subito il nulla. Credo che questa prima scommessa sia stata vinta perché i feedback della stampa e degli specialisti sono molto positivi.

E la seconda, qual è?

La seconda scommessa che dobbiamo vincere è il pubblico di Locarno, che è molto speciale, attentissimo, fine, che sa perfettamente cosa deve dare un festival. Abbiamo un programma solo analogico con le tre sale aperte, uno misto e uno unicamente digitale. Un anno così va bene, due sarebbero troppi.

Prima di continuare a parlare di presente e futuro, facciamo un piccolo salto nel passato. Qual è il suo primo ricordo cinematografico?

Si tratta di «Orizzonti di Gloria». Un importante film di Stanley Kubrick del 1957, che all’epoca era vietato in Francia. Racconta la storia di un generale francese che, durante la Prima Guerra mondiale, spedisce all’attacco i suoi uomini in una missione suicida, senza possibilità di successo, solo per poter ricevere una decorazione in più. Mi ricordo che era vietato ai minori di 16 anni, ma io 16 anni ancora non li avevo. È anche per questo motivo che ho un ricordo così intenso.

Quale dei molti film proiettati al Festival l'ha colpita in modo particolare, le ha lasciato, per così dire, il segno? 

Marco Solari
LFF

Ticinese, nato a Berna nel 1944, Marco Solari si è laureato in scienze sociali all'università di Ginevra. Ha svolto diversi incarichi dirigenziali ai massimi livelli. Nel 1972 è direttore dell'Ente per il Turismo Ticinese, di cui sarà presidente dal 2007 al 2015. Fa parte degli amministratori delegati della Cooperativa Migros dal 1992 al 1997, anno in cui diventa vice presidente della Direzione generale della Ringier, uno dei maggiori gruppi editoriali svizzeri, attivo anche a livello internazionale. Dal 2000 è presidente del Locarno Film Festival.

Ci son diverse cose e alcune pellicole che mi hanno colpito, forse è un po’ difficile ricordarsele tutte in così tanti anni. Ma se proprio devo, allora scelgo «Diego Maradona». Lo abbiamo proiettato in Piazza Grande. Ci sono scene fantastiche in quel film, soprattutto per gli appassionati di calcio. Ma ci sono anche scene molto pesanti, che fanno male al cuore. E ho potuto percepire la tragedia umana molto profonda. Citando «Diego Maradona» mi son ricordato un altro episodio. 

Ci piacciono gli aneddoti. Se vuole può raccontarcelo.

Mi ha ricordato un film svizzero «Maïs im Bundeshaus», dove viene mostrata una seduta di commissione del 1987 dove si parla della produzione del mais geneticamente modificato. Ero in Piazza Grande con una delegazione di ospiti arrivati dalla Germania. Hanno guardato con estremo interesse come funziona la politica svizzera. Si dibatte anche duramente, ma tutti hanno la consapevolezza che prima o poi un compromesso va trovato, facendo delle concessioni. Gli ospiti tedeschi mi dissero che per loro questa è vera democrazia: «La politica da noi si fa in un’altra maniera. È più basata sul confronto». Quella sera a cena, in loro compagnia, mi sono sentito veramente fiero di essere svizzero.

Stiamo per parlare del presente e del futuro, ma ci sta ancora una domanda sul passato. Qual è il «momento più magico» che ha vissuto legato al Festival?

La sera del 10 agosto 1982. Una serata pazzescamente bella. Era la Notte di San Lorenzo, quando ci sono le stelle cadenti. In Piazza Grande è stato impressionante, veramente poetico, guardare il film, dal titolo proprio «La Notte di San Lorenzo», sotto quella pioggia di stelle. Ma la pellicola dei fratelli Vittorio e Paolo Taviani è drammatica perché racconta una storia che si svolge durante la Seconda Guerra mondiale, in un paese dove si scontrano fascisti e partigiani, che appartengono alla stessa comunità. Tutte le guerre provocano distruzione, morti e feriti. Ma il conflitto descritto nel film è particolare: si affrontano clan, famiglie, fratelli. Credo che chiunque abbia vissuto con me quella serata non la dimenticherà mai.

Torniamo al presente. Che cosa significa per lei il Locarno Film Festival?

Che domanda per un presidente (sorride). Qualsiasi cosa dica non sarei contento della risposta (riflette per qualche secondo). Significa molto. In certi momenti, quando diventa creativo, il Festival non è solo un lavoro, non è solo una funzione.  Diventa qualcosa di più profondo, una parte di te. Ne sono il presidente da 20 anni. So che finirà, magari fra non molto. Sarà, penso, come lasciare la propria famiglia. È logico che la gente veda solo le manifestazioni pubbliche, come ad esempio gli eventi mondani, ma il Festival è molto di più. In questi 20 anni ho visto diversi collaboratori crescere, giovani che abbiamo accompagnato. È diventato un grande gruppo. Come nella vita abbiamo avuto momenti molto intensi, di successo, mescolati ad altri meno riusciti. Lasciare tutto mi toccherà sicuramente il cuore.

Marco Solari: «Siamo tra i dieci migliori festival al mondo»

Marco Solari: «Siamo tra i dieci migliori festival al mondo»

Marco Solari, Presidente del Locarno Film Festival, si esprime sull'edizione speciale di quest'anno che parte mercoledì 5 agosto. Racconta poi la sua drammatica esperienza con il COVID-19, da cui è ora guarito.

03.08.2020

In che modo la pandemia di COVID-19 ha cambiato il suo comportamento nella fruizione di film?

Do una risposta molto chiara: in niente. Non è cambiato e non cambierà nulla. Ho vissuto personalmente l’esperienza del coronavirus, un periodo terribile, sono finito all'ospedale in cure intense. Ma non credo che cambierà il modo di fruire il cinema. Adesso possiamo tornare a godercelo insieme, naturalmente con le dovute misure di sicurezza. Sono anche un grande fan dei film su YouTube che guardo sul mio iPad. Come prima.

Rimaniamo un attimo sul COVID-19. Come ha appena ricordato, ne è stato vittima. Oggi come si sente?

Qui entriamo molto nel personale. Quando ne sono uscito mi sono detto: «Ho avuto fortuna» e sei molto riconoscente verso i medici e le infermiere. Hai poi anche un certo senso di colpa, pensando a tutti coloro che invece non ce l’hanno fatta. Ma è una cosa che non si può spiegare. È qualcosa che senti dentro. Poi, soprattutto alla mia età, ho 75 anni, sai che hai ricevuto una proroga e sai che devi investire bene i giorni, le settimane forse, e se hai fortuna, anche gli anni, che hai davanti. Da questo punto di vista ti dici che certe cose non hanno davvero più nessuna importanza. Però è come se ci fossero due livelli: sul primo ti dici: «Adesso mi concentro veramente solo sulle cose importanti e lascio perdere le altre». Il secondo livello è quello  del vivere quotidiano, del giorno dopo giorno, dove tu puoi andare con la miglior volontà e dire «non mi arrabbio per ogni piccolo dettaglio» e malgrado tutto, se qualcosa non è fatto, ti arrabbi, se qualcosa può essere fatto meglio, ti arrabbi di nuovo. In generale non mi sembra che chi era cattivo prima del COVID-19 sia diventato buono o chi era bravo prima sia diventato cattivo. Credo che chi esce dal coronavirus è come è, e che forse, speriamo, sia un po’ più filosofo.

Torniamo al cinema, con un paio di domande più leggere, per avviarci alla conclusione. Se dovesse salvare solo tre film e portarseli sull'ipotetica isola deserta, quali sceglierebbe?

Potrei avere qualche dubbio. Sono un fan di Orson Welles, un genio assoluto. Il film che amo e che porterei con me di sicuro è «Citizen Kane» (Quarto Potere). Mostra la solitudine di un uomo estremamente ricco, che ha tutto. Ma che morirà da solo, abbandonato. Il secondo film è «The Magnificient Ambersons» (L’orgoglio degli Ambersons), sempre di Welles. È un film che parla della decadenza di una famiglia americana del Novecento che abita al sud.

E come terzo?

Ci si potrebbe aspettare un altro film di Orson Wells, che ha fatto magnifici adattamenti di Shakespeare come «Falstaff», «Macbeth» o «Otello», con uno splendido gioco di luci e ombre, fatto con grande maestria. Invece dirò un film di Luchino Visconti. Però ho una scelta difficile da fare tra due opere di Visconti: «La Morte a Venezia», tratto dal capolavoro di Thomas Mann che va così nei dettagli, o «Il Gattopardo»? Scelgo quest'ultimo, un film storico fantastico. Soprattutto nella versione restaurata è veramente un grande film cult.

Se potesse fare una chiacchierata con un personaggio famoso in Piazza Grande, chi sceglierebbe? 

Se qualcuno potesse avere un momento esclusivo per me, e volesse passarlo con me, direi Harry Belafonte. È una persona straordinaria. Lo dovevo presentare sul palco (per la consegna del Pardo alla carriera nel 2012 ndt.). Immaginatevi la scena: 8'000 spettatori in Piazza. Arriva Harry Belafonte, parla inglese e di colpo la piazza si zittisce, come se tutti avessero letto Shakespeare e parlassero tutti inglese. Pronuncia una prima frase. Aspetta la traduzione. Poi una seconda frase e lascia tradurre. E a quel punto nota, siccome le vibrazioni del pubblico le percepisci molto bene dal palco, che la gente reagisce molto di più alle domande che gli faccio che alla traduzione delle sue risposte. Allora Belafonte parte. Fa una tirata di sei minuti filati senza mai fermarsi. Parla delle responsabilità degli artisti. Insiste sul fatto che gli artisti, quelli veri, sono i custodi della verità. La Piazza durante questi minuti rimane in silenzio. Nessuna traduzione. Alla fine parte una pioggia di applausi. Perché essere davanti alla Piazza Grande è come essere in TV: si capisce subito se uno è sincero, se uno mente, se uno bluffa, se è nervoso o se invece c’è del vero, se la persona ha sostanza. Locarno è così. Le donne e gli uomini che salgono sul palco di Piazza Grande puoi dividerli in due categorie: quelli che fanno scattare la scintilla con il pubblico e quelli che invece non ci riescono. La maggior parte di loro, devo dirlo, ha successo. 

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