Pandemia Positivo al Covid-19: e poi?

Di Gil Bieler

30.10.2020

Persone in coda a Basilea per effettuare un test di controllo per il coronavirus.
Persone in coda a Basilea per effettuare un test di controllo per il coronavirus.
Keystone/Georgios Kefalas

Sono positivo al coronavirus… e sono in vacanza! Quali sono le conseguenze per me e per chi mi sta attorno, e in che modo la fiducia nel servizio di tracciamento dei contatti è stata messa a dura prova? Ecco una testimonianza molto personale.

La calamità si è abbattuta su di me al mattino con brividi e la febbre a 39. Benché sia in vacanza e non ne abbia alcuna voglia, ciò significa che devo effettuare un test di controllo. Dopotutto, voglio sapere se il rischio di contaminare le persone che frequento.

Per questo, anziché utilizzare i mezzi di trasporto pubblici per recarmi all’ospedale cantonale di Winterthur, lo raggiungo a piedi. Ovviamente, non sono solo, devo fare la coda. Mi gira la testa: devo inginocchiarmi spesso. Dopo mezz’ora è il mio turno. Il consulto e il prelievo vengono effettuati rapidamente: ricevo un documento informativo prima di uscire. C’è scritto che per ottenere il risultato potrebbero essere necessarie 48 ore.

In realtà, tutto è molto più rapido. La mattina seguente, l’ospedale mi informa del risultato con un SMS: «POSITIVO», a lettere maiuscole. Mi è stato detto di aspettare che la Direzione per la salute del Cantone mi contatti. La febbre già non c’è più, le mie vacanze sono rovinate. Anche per la mia compagna. Fortunatamente, lei ancora non presenta sintomi, ma deve lo stesso rimanere in quarantena per dieci giorni, poiché vive con me.

Il momento di scervellarsi

Dopo la diagnosi, è il momento dello stupore, delle imprecazioni, della sensazione di aria pesante in casa. Ma anche delle ipotesi: dove mi sono beccato questo perfido virus? Certo, eravamo in vacanza. Abbiamo incontrato amici, abbiamo cercato di divertirci. Una pizza in un ristorante. Il primo concerto da febbraio scorso. Con una serie di precauzioni come l’obbligo di indossare la mascherina, di rimanere seduti e distanziati. Misure sanitarie rigide… o forse non abbastanza? Mi soffermo a pensare, ho dei rimorsi di coscienza.

A mezzogiorno, arriva un SMS del servizio di tracciamento dei contatti del Canton Zurigo. Devo immediatamente isolarmi e informare tutte le persone con le quali sono entrato in contatto stretto nelle 48 ore che hanno preceduto la comparsa dei sintomi: anche loro devono porsi in quarantena per precauzione. Devo anche inviare una mail al servizio di tracciamento indicando il mio nome e il mio numero di dossier. E se voglio un codice per l’applicazione SwissCovid, devo scrivere un SMS. Faccio tutto immediatamente.

Nel pomeriggio divento impaziente e chiamo il centralino telefonico del servizio di tracciamento dei contatti. La linea è spesso occupata. Insisto, senza innervosirmi. Sappiamo bene che il servizio ha già raggiunto il limite massimo in numerosi Cantoni. Quando riesco a inserirmi nella lista d’attesa, devo pazientare 40 minuti prima di riuscire a parlare con qualcuno. Mi rendo subito conto che la povera persona all’altro capo del telefono è esausta.

È chiaro che non invidio chi fa questo mestiere. Il giorno in cui ho effettuato il test, 988 persone in più sono risultate positive nel solo Canton Zurigo, e 5595 in tutta la Svizzera. La mia testimonianza è dunque su un caso isolato. Anche se posso comprendere determinate cose, non è in questo modo che si sarebbe dovuta svolgere la conversazione.

«I numeri vincenti sono…»

La persona che mi assiste è chiaramente confusa. Devo correggerla perché trascrive male i dati sulla comparsa dei sintomi e altre informazioni. «Ci sono talmente tanti casi», ammette con molta franchezza. Quando gli parlo del concerto, non si scompone: «C’erano misure di protezione? Se sì, allora è ok». Quando gli chiedo un codice per l’applicazione SwissCovid, assume un tono disinvolto dicendomi: «Eeee i numeri vincenti sono…». Fa sul serio?

La conversazione va in questo modo. L’addetto al tracciamento registra le coordinate delle persone che sono state in stretto contatto con me nelle 48 ore che hanno preceduto la comparsa della febbre. Quando si tratta di determinare l’insorgenza dei sintomi, sceglie l’opzione che permette di porre meno persone in quarantena. Come se l’obiettivo principale fosse di identificare il numero più basso possibile di contatti sensibili.

L’addetto mi informa che sarò interrogato più nel dettaglio da un’equipe che si occupa del tracciamento. Saluta lasciandosi scappare un sospiro: ha urgentemente bisogno di un po’ di riposo. Non sono sicuro di sapere chi debba dire «in bocca al lupo» a chi.

Che penserebbe un corona-scettico?

Come ho detto, si tratta di un caso isolato. Interrogata in merito, la Direzione per la salute del Cantone non può prendere posizione e fa riferimento all’annunciato intensificarsi del lavoro per il servizio di tracciamento dei contatti. Per me, tuttavia, una cosa è certa: un colloquio di questo tipo non incoraggia di certo chi prende la pandemia meno seriamente di me a seguire le misure precauzionali.

Io e la mia compagna le rispettiamo, anche se tutto ciò sinceramente mi innervosisce. Avevamo dei biglietti per due eventi culturali a cui abbiamo dovuto rinunciare. Dispiace, ma non possiamo fare altrimenti. Ho comunque avuto fortuna: la febbre è sparita velocemente e mi sono rimesso in sesto in fretta. Rimangono solo dei leggeri sintomi da raffreddore.

Detto ciò, ora eviterò i contatti. Non perché sia stato molto male o perché mi obblighi a farlo il Consiglio federale, ma semplicemente in ragione delle conseguenze che un test positivo ha su chi ci sta attorno. Nel mio caso, soltanto una persona ha dovuto effettuare un test e fortunatamente il risultato è negativo.

L’opzione di gran lunga più pratica sarebbe di non fare il test malgrado i sintomi. Niente quarantena, nessuna scocciatura. No? Ma le conseguenze di un comportamento simile sono difficili da immaginare, come dimostra la festa di matrimonio a Schwellbrunn (Canton Appenzello Esterno). E soltanto un cinico le prenderebbe probabilmente alla leggera. In una settimana, quasi 200 nuovi casi sono stati registrati nel Canton Appenzello Esterno: di questi molti sono dovuti al rifiuto di effettuare i test, secondo le autorità. Ciò non può che far emergere sensi di colpa.

Ma soprattutto, se continuiamo a comportarci così di fronte alla pandemia, questa piaga del COVID non finirà mai. E io voglio che finisca. È per questo che ho deciso di inserire il codice nell’applicazione SwissCovid e informare di mia iniziativa la sala del concerto. Mi è stato risposto che non sono stati segnalati altri casi positivi. Sono sollevato. Non avevo di certo voglia di diventare un supercontaminatore.

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